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Un mese
dopo la tragedia del 1912, lo scrittore e giornalista inglese Gilbert Keith
Chesterton (foto sopra) analizzò i fattori umani del naufragio.
Ripropongo l'articolo da lui pubblicato su un giornale inglese, nel quale
commentò la tragedia del TITANIC, trasformando il disastro in una
potente metafora della civiltà moderna e del positivismo. Denunciò
l'arroganza umana, la supremazia tecnologica e l'illusione dell'inaffondabilità
del progresso. Il naufragio gli apparve come un monito contro l'eccessiva
fiducia nella razionalità, a scapito della spiritualità e della prudenza.
Chesterton lo interpretò come simbolo dell'epoca: l'orgoglio che precede la
caduta, il segno di un'ipercivilizzazione che portò con sé il primo tocco di
una barbarie di ritorno.
"E' un fatto; un fatto forse troppo grande e chiaro perché l'occhio lo colga
facilmente. La nostra intera civiltà è proprio come il TITANIC;
simile nella sua potenza e nella sua impotenza, nella sua sicurezza e nella
sua insicurezza. Dal punto di vista tecnico, se le precauzioni fossero
sufficienti o meno è materia da inchiesta tecnica. Ma dal punto di vista
psicologico, non può esserci dubbio che un'elaborazione e un sistema tanto
vasti generano un assetto mentale che è più inefficiente che efficiente. A
parte la questione se ci sia qualcuno da biasimare, rimane il grande fatto
eccezionale: che non c'era nessuna ragionevole proporzione tra la quantità
di accorgimenti per il lusso e la frivolezza e la quantità di accorgimenti
per il bisogno e la disperazione. Il progetto ha fatto di gran lunga troppo
per la prosperità e di gran lunga troppo poco per l'angoscia; proprio come
lo Stato moderno.
Un uomo rozzo che va per mare in una piccola barca può fare ogni altra sorta
di errori: può obbedire alla superstizione, può bersi troppo rum, può
ubriacarsi, può annegare: ma, cauto o avventato, sbronzo o sobrio, non
riesce a dimenticare che sta in una barca e che una barca è una bestia
altrettanto pericolosa quanto un cavallo selvaggio. Le linee stesse della
barca hanno la rapida poesia del pericolo; lo stesso portamento e movimento
della barca sono quelli di una cosa assalita.
Ma se fai la tua barca tanto grande che nemmeno sembra una barca, ma
piuttosto una specie di stabilimento balneare, questo non mancherà, secondo
la più profonda conformazione nella natura umana, di generare un
atteggiamento mentale meno vigile.
Un aristocratico a bordo di una nave che viaggia con un garage per la sua
automobile si sente quasi come se stesse viaggiando con gli alberi del suo
parco. Le persone che se ne stanno nei caffè all'aria aperta con liquori e
cubetti di ghiaccio si allontanano dal pensiero di una rivolta degli
elementi tanto quanto sono lontani dal pensare a un terremoto sotto
all'Hotel Cecil.
Il processo mentale è del tutto illogico, ma è del tutto inevitabile.
Naturalmente, sia i marinai che i passeggeri sono intellettualmente
consapevoli del fatto che in mare le automobili sono spesso meno utili delle
scialuppe di salvataggio e che i cubetti di ghiaccio non sono un antidoto
agli iceberg.
L'uomo però è governato non solo da ciò che pensa ma anche da ciò a cui
sceglie di pensare; e le scene e immagini che penetrano in noi giorno dopo
giorno tingono le nostre menti di ogni tinta tra l'insolenza e il terrore.
Questo è uno dei mali peggiori in quella separazione estrema tra le classi
sociali che contraddistingue la nave moderna e lo Stato.
Ma che i nostri sfortunati simili sul TITANIC fossero o no affetti
più del necessario da questa irrealtà della prospettiva originale, non
possono aver avuto meno istinto della realtà di quanto ne abbiamo noi che
siamo rimasti a terra vivi; e ora che sono morti sono molto più reali di
noi. Essi hanno conosciuto quello che giornali e politici non sanno mai: di
che cosa l'uomo è fatto davvero, e che razza di cosa sia la nostra natura al
suo meglio e al suo peggio.
E' questa strana, fredda, frivola incapacità di concepire come una cosa è,
che fa capolino in così tanti luoghi, perfino nei commenti a questo dolore
sbalorditivo. Si mostra nello spiacevole caso della signorina Sylvia
Pankhurst, la quale, immediatamente subito dopo il disastro, sembra che si
sia affrettata ad assicurare il pubblico che agli uomini non si doveva
riconoscere alcun merito per aver ceduto le barche alle donne, perché questa
in mare è "la regola". Se questa fosse una cosa graziosa da dire da parte di
un'allegra zitella a 800 vedove in un'ora tanto cupa non è cosa di cui valga
la pena occuparsi qui. Come il cannibalismo, è questione di gusti. Ma quel
che soprattutto mi lascia stupefatto nel commento è l'assoluta mancanza dei
rudimenti del pensiero politico che rivela.
Che cosa la signorina Pankhurst immagina sia una "regola": una specie di
basilisco? Centinaia di uomini si trovano, nel preciso e letterale
significato del proverbio, tra il diavolo e il mare profondo. E' loro
compito, se riescono a convincersene, accettare il mare profondo e resistere
al diavolo. Che cosa la signorina Pankhurst suppone che una "regola" possa
fare per loro in un'evenienza del genere? Pensa che il capitano multerebbe
di sei pence ogni uomo che esprimesse la preferenza per la propria vita? Le
sarà capitato di pensare che la centesima parte della popolazione della nave
avrebbe potuto gettare in mare il capitano e tutte le autorità? Ma
l'osservazione della signorina Pankhurst, per quanto sciocca, è rivelatrice.
Ora che vedo la maniera abietta e idolatra in cui ella usa la parola
"regola", comincio a capire la maniera abietta e idolatra in cui ha usato la
parola "voto". Ella non riesce a vedere che le volontà e non le parole
controllano gli eventi. Se mai si trovasse in un incendio o in un naufragio
con uomini al di sotto di un certo standard morale europeo, scoprirà presto
che l'esistenza di una regola dipende da se le persone possono essere
indotte a obbedirle. E' inutile fare regole se i tuoi sottoposti possono
disobbedirti e ti disobbediscono.
E se la parola "regola" è usata nel senso più ampio di tentativo di
mantenere un certo livello di comportamento privato per rispetto
dell'opinione pubblica, possiamo soltanto dire che non solo questo è un vero
trionfo morale ma è, nelle nostre attuali condizioni, un trionfo piuttosto
sorprendente e rassicurante. E' esattamente questo spirito di corpo che lo
Stato moderno ha trascurato pericolosamente.
C'era probabilmente più istintiva fratellanza e più sentimento di identici
interessi, non dico su un antico mercantile ma sul veliero di un antico
pirata, di quanto ce ne fosse tra gli emigranti, gli aristocratici, i
giornalisti o i milionari che sono salpati per morire insieme nella grande
nave.
Che essi abbiano scoperto in un modo così crudele la loro fratellanza e il
bisogno che l'uomo ha del rispetto del suo prossimo, è un fatto spaventoso,
ma sicuramente l'opposto di un fatto degradante." |