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Dovevano essere professionisti eccellenti: la scelta cadde su Gaspare Antonio
Pietro Gatti (fotografia sopra) che si faceva chiamare Luigi Gatti. Il Gatti,
era nato il 3 gennaio 1875 a Montaldo Pavese (Pavia), figlio di Paolo e di
Maria Nascimbene, aveva lasciato
l'Italia natìa molto giovane per andare a fare carriera in Inghilterra, dopo avere fatto la gavetta
ed aveva finito per prendere la gestione
dei grandi ristoranti a Londra. Fu ingaggiato come ristoratore indipendente
dalla White Star Line, diresse dapprima il grande ristorante dell'Olympic
per passare quindi al TITANIC. Il Gatti provvedeva personalmente
ad assumere e retribuire il proprio personale, così come direttamente
curava gli acquisti. I passeggeri che desideravano consumare un pasto speciale
o festeggiare un avvenimento importante ricevevano dal "Signor Gatti"
consigli illuminanti. Il nostro aveva scelto un personale di sala che conosceva
bene, che per la maggior parte era costituito da italiani, ed aveva saputo
circondarsi da professionisti di alto livello.
Luigi Gatti sapeva che in cucina non si dovevano fare scelte arrischiate:
assunse molti italiani e francesi che già lavoravano nelle grandi case di Londra,
e fu così che incontrò Pierre Rousseau. Quest'ultimo fu
ingaggiato nel 1911 dalla White Star Line in qualità di chef nelle cucine
dell'Olympic prima di trasferirsi al TITANIC,
di cui, in seguito, ne divenne il responsabile delle cucine.
A bordo si contavano, così, sessanta cuochi, una quarantina di assistenti
vari ed un personale di sala ancora più numeroso. Tutto questo piccolo
mondo era alloggiato sul TITANIC in grandi cabine-dormitorio
che nulla avevano in comune con le cabine dei passeggeri di seconda e, a maggior
ragione, con quelle delle prime classi.
Il personale come riferito era sotto la gestione di
Luigi Gatti: al suo servizio vi erano 26 italiani, 17 francesi, 6 inglesi,
6 svizzeri, 1 belga, 1 olandese ed 1 spagnolo. Eccezion fatta per il
Gatti, che era alloggiato in una cabina di seconda classe del ponte D,
tutti i componenti l'équipe erano ospitati in cabine, a più letti,
del ponte E.
Per tutti questi professionisti il
viaggio non era un incarico onorifico, dato che passavano le loro giornate
a lavorare duramente per produrre quotidianamente 2000 colazioni ed altrettante
cene, per fare diverse qualità di pane, per preparare in anticipo le
salse, imbastire le torte, specialmente quelle prodotte su ordinazione, e
preoccuparsi persino della cucina kosher riservata agli ebrei praticanti.
Già dalle quattro del mattino, quando i passeggeri dormivano sonni
beati, la cucina cominciava ad animarsi con i panettieri che preparavano i
pani e le brioches per le prime colazioni, ed il ritmo dell'attività
si manteneva sostenuto per tutta la giornata. Bisognava passare dalla sala
da pranzo alla distribuzione di brodo sul ponte, o dalle tarde ore del dopocena
all'allestimento del breakfast.
I 710 passeggeri di terza, i 274 passeggeri di seconda ed i 322 passeggeri
di prima classe avevano al loro servizio quasi una persona ogni tre viaggiatori.
Ma questo calcolo non riflette fedelmente la realtà delle cose, in
quanto le 12 lire sterline pagate dai viaggiatori di seconda classe implicavano
un impegno di personale superiore rispetto a quello richiesto per i viaggiatori
di terza, le cui tariffe variavano dalle 3 alle 8 lire sterline, e minore
rispetto a quello relativo a quei fortunati passeggeri di prima che avevano
sborsato dalle 870 lire sterline ed oltre richieste per la migliore delle
suite. Quando gli Astor, i Guggenheim ed altri, come gli Straus, proprietari
dei grandi magazzini Macy's di New York, si mettevano in viaggio, ci
voleva personale per soddisfare ogni loro minimo desiderio: occorreva rendere
evidente la qualità del servizio offerto ed erano indispensabili vini
raffinati e menù estremamente curati.
Il viaggio inaugurale fu dunque una sorta di festa permanente, punteggiata
di bei pranzi.
E poi ci fu la collisione, in piena notte, contro un iceberg avvistato troppo
tardi. I passeggeri dormivano e reagirono in ritardo a provvedimenti contraddittori
anch'essi assunti tardivamente. Che i panettieri fossero già
svegli, non fece alcuna differenza relativamente alle loro opportunità
di essere salvati. Come per tutto il personale di servizio, l'accesso
alle scialuppe di salvataggio sarebbe stato loro consentito solo dopo quello
dei passeggeri, compromettendo così seriamente le loro effettive possibilità
di salvezza. Più in generale, la questione che si pone è quella
di sapere se il personale delle cucine e del servizio di sala avesse realmente
qualche possibilità di cavarsela in quel 14 aprile del 1912 sul TITANIC.
La nave fu invasa dall'acqua molto rapidamente, e le scialuppe di salvataggio
non erano sufficienti per tutti. Saranno dunque soltanto 705 persone a trovare
scampo ed i cuochi, che nell'ordine stabilito occupavano una posizione
molto sfavorevole, avrebbero pagato il tributo più alto. Inoltre, l'assunzione
tardiva delle maestranze per il ristorante alla carta era avvenuto senza che
fosse comunicata alla direzione della compagnia la lista definitiva del personale.
Le ricerche per sapere chi del personale fosse annegato risultarono quindi
assai complicate. Solo dopo il naufragio questo aspetto della vicenda assunse
rilievo, dato che i giornali non riuscivano a stabilire il numero esatto dei
dispersi. La stampa stimò, per esempio, senza darne però conferma,
che 50 italiani (essenzialmente camerieri) fossero annegati: nessun dato era
certo, visto che non esisteva un elenco completo. Per contro, uno dei
fratelli Peracchio,
risultava tra i sopravvissuti. Questo stato di cose provocò in Francia
la veemente presa di posizione del Carnet d'Épicure,
che il 15 maggio 1912 si scagliava contro queste informazioni carenti e lacunose:
"Si ignorano ancora, in questo preciso istante, e probabilmente non
si conosceranno mai, i nomi di tutti i nostri compatrioti assunti dal ristorante
del TITANIC". Più avanti nello stesso articolo
si parlava di "elenchi incompleti", o ancora di dimenticanze "che
sono quasi ingiurie".
Lo chef Rousseau aveva avuto, tuttavia, una opportunità di salvezza.
Non facendo parte del personale di bordo, i sorveglianti addetti al controllo
delle persone che salivano sul ponte per imbarcarsi sulle scialuppe lo lasciarono
passare, raccontava Paul Mauge, unico sopravvissuto delle cucine. Ma
Rousseau ebbe paura di saltare nel canotto che già aveva cominciato
ad allontanarsi dalla nave, e che si trovava tre o quattro metri più
in basso, nonostante le esortazioni di Mauge, cui avrebbe risposto
di essere troppo grasso. Il grande cuoco scomparve, aggiungendo il suo nome
all'elenco dei "25 o 30 buoni cuochi francesi" di cui si
lamentò la perdita, e contribuendo ad accrescere il "doloroso
stupore" dei cuochi di Francia che osservarono amaramente che la White
Star Line "avrebbe potuto fornire il numero esatto delle scatole di
conserva o dei sacchi di farina imbarcati sul TITANIC, mentre
nessuno della compagnia era in grado di dire quanti cuochi si trovassero a
bordo".
Ci sono stati anche quelli segnati dalla sfortuna ancora prima di imbarcarsi,
come lo svizzero Narciso Bazzi, un veterano dell'Olympic che, mentre si
trovava in vacanza, era stato convocato con un telegramma per rimpiazzare
un collega malato. Non aveva molta voglia di partire, ma lo fece lo stesso.
E ci sono stati quelli cui la fortuna ha sorriso, come un tale che, assunto
da Gatti, che per motivi ignoti cambiò parere all'ultimo minuto
rifiutando di imbarcarsi.
Il Signor Gatti stesso non ebbe la stessa fortuna. Il suo corpo privo di vita
fu ripescato nell'acqua gelida. Portava il suo anello ornato da un grosso
diamante, i gemelli da polso con incise le iniziali LG, e l'orologio
in oro che non gli sarebbe servito più a nulla. Lo sfortunato
connazionale fu sepolto al Fairview Cemetery di Halifax.
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